Underworld Awakening: quando il seriale va di moda ma annoia
Cosa succede al cinema moderno, troppo parco di idee, troppo distratto per voltarsi e guardare avanti, troppo impaurito per azzardare.
Cosa succede al cinema moderno, troppo parco di idee, troppo distratto per voltarsi e guardare avanti, troppo impaurito per azzardare. Una spiegazione non è ancora stata data, ma la sua fifa è disarmante e viene mostrata in tutta la sua riluttanza, che esprime attraverso serial filmici progettati in stock, dove solo il maghetto ha più di qualche chance di salvarsi.
Underworld: Awakening nasce nel nuovo 2012, come proposta per risollevare le sorti della settima arte ormai alla deriva. Cosa di più sbagliato continuare a propinare quella misura di intenti che fino ad ora avevano mandato al tracollo il sistema.
Per cercare inoltre di perseverare in questa dannazione senza termine, frettolosamente si approvano schizzi di personalità, format desueti e impronte pseudo-stilistiche, buone solo per il dimenticatoio.
La creazione di Marlind e Stein (Shelter) racconta di Selene, donna vampira, che risvegliatasi dalla criogenizzazione, dodici anni dopo lo sterminio di parenti e lycan, scopre di avere una figlia, concepita nel precedente Underworld: Evolution. Il resto della storia si limita ad un'agenzia che modifica geneticamente qualsiasi essere vivente e crea un super lycan che Selene dovrà affrontare.
Questo non è un riassunto, non fatevi trarre in inganno, ma è la conseguenza di una superficialità nel redigere lo script. La storia è tutta qua. Il resto è semplicemente un ammasso di variazioni su tema, mosso da scontri, botte, sangue, gratuito sangue (che con i vampiri va a nozze), voli non pindarici che la protagonista compie inconsapevole.
Kate Beckinsale, splendida nel suo latex attillato di un nero traslucido, sembra rimanere alquanto stupita tant'è che non riesce a serrare le labbra nemmeno in un minuto della pellicola; impegnata com'è a volare di qua e di là, portata alla fuga dal centro genetico o sollevata con forza dal bruto lycan.
Il film ha la sostanza di un foglio di carta velina, copre un buono spazio, ma si può guardare anche oltre.
Il format ancora una volta risiede nella mistura forzata del melò paranormale, figlio di Twilight e cugino povero di Resident Evil, sistemato a sproposito per spillare soldi (maggiorati dalla versione 3D) all'ingenuo fruitore.
Un'opera, se si può anche lontanamente nominare questo sostantivo, ridicola in ogni sua parte, dalle scene d'azione (uno snervante 90% del film) dove non accade nulla, dalla trama talmente intrisa di pochezza da non sembrare reale, da una vacuità di personaggi femminili che gridano al maschilismo sintomatico.
Non c'è stranezza nel dire che guardando questo film, magari distraendosi per un po' e tornando a immergersi nello schermo cinematografico, si ritrova la Beckinsale nella stessa identica posa di dieci minuti prima: una gamba indietro, l'altra raccolta per cercare di rialzarsi, accompagnata dagli arti superiori e dalla sempre presente bocca semichiusa; costantemente accanto ad un muro scalfito dalla sua schiena da supervillain.
Pellicole di tal fatta si spiegano da sole e azzerano le possibilità di ripresa del cinema.
Se l'Italia ha bisogno di un Governo tecnico, il cinema lo deve oltremodo allontanare.
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