Nominations Oscar 2012: La talpa, un perfetto Gary Oldman
La sottile linea di demarcazione che separa un attore che tenta di imitare l'impossibile da un altro che l'impossibile lo fa trasparire con estrema semplicità, è pressoché nulla.
La sottile linea di demarcazione che separa un attore che tenta di imitare l'impossibile da un altro che l'impossibile lo fa trasparire con estrema semplicità, è pressoché nulla.
Andando per esempi, si potrebbe indicare nel primo caso un mestierante estremamente dipeso dalle sue plateali forme di recitazione, Brad Pitt, come nell'ultimo episodio della sua filmografia, il rude mondo di Moneyball, dove abbindola lo spettatore medio attraverso gesti esasperati, tipici di un'ira poco moderata e non abbastanza efficace; nel secondo caso, invece, sempre rimanendo in ambiti vicini nel tempo, lode e applausi vanno sprecati per il Gary Oldman di La Talpa, dove immenso, regala un'interpretazione ai suoi massimi livelli, giocata su impercettibili movimenti del capo, di sguardi collocati a dovere ad assecondare la scena. Questo è il modello da imitare.
Addentrandoci poi nella pellicola dell'ottimo e giovane Tomas Alfredson (già apprezzato per l'horror Lasciami entrare), la figura di Oldman si palesa come presenza dotata di grande delicatezza, ma carica di peso.
La vicenda, tratta dall'omonimo best seller di John Le Carré, ha l'intricata messa in scena delle pagine di carta, ma con un'anima da regista che lo stesso romanziere ha apprezzato ed elogiato.
Oldman è George Smiley, spia dal lungo e onorato servizio, scaricata anzitempo e costretta al prepensionamento. In tempo di Guerra Fredda (1973) però, non si può lesinare e lasciar andare uomini della sua esperienza, quindi, riconvocato dal sottosegretario governativo inglese (ovviamente in segreto), indaga su di una fantomatica talpa filosovietica.
La mano del regista si denota, si evince nei dettagli, nei sospiri, nei silenzi, nelle guerre psicologiche che la spy story meriterebbe, ma che spesso vengono dimenticati o, come accade in pellicole movimentate come Spy Game o Casino Royale, lasciata ad un marginale ed insignificante presenzialismo.
In tutto l'arco del film Alfredson da modo di assaporare l'ambientazione dell'uggiosa Upper class, dei motori pacati e velati di vendetta repressa dei suoi protagonisti, delle intricate evoluzioni di una storia difficile da intendere e persino dei mobili polverosi delle abitazioni neutrali dove le stesse spie esercitano le loro pressioni mentali.
Non c'è azione nel mondo dei delatori, ma ad ogni modo, come si può vedere nella primissima scena, dall'azione, il lavoro apparentemente tranquillo, parte e termina nel più pacato dei modi.
Alfredson forse ci riserverà una sorpresa finale il 26 febbraio quando stringerà tra le mani il secondo zio d'America, grazie all'abilità con cui ha mostrato un'anticonformista storia di spie che si avvicinano al nostro mondo, fatto di visite dall'oculista e di una pressante vita privata dove l'amore è sempre il punto più importante (velato in un'espressione omosessuale), ma che in questo caso, per professione, viene rigettato.
Consigliati per voi: per il clima asettico degli interni londinesi un buon risultato Upperclass è il film di Allen Match Point, mentre se volete gustarvi un assaggio del regista Alfredson, di sicuro effetto è il già citato Lasciami entrare.
Voto: 7.5/10
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