Moneyball - L'arte di vincere (Nominations Oscar 2012)
Lo sport, raccontato come gioco fine a se stesso, regala spesso poche emozioni (Bull Durham, Goal!, Coach Carter), ma se gli si affianca una storia, magari riguardante un personaggio famoso (Invictus), comiche genialità (Shaolin Soccer) o vite quotidiane di fondo (come il titolo che in questa sede recensisco), allora la pellicola non solo acquista impatto, ma anche linguaggio, trama, colpi di scena, possibili snodi.
Lo sport, raccontato come gioco fine a se stesso, regala spesso poche emozioni (Bull Durham, Goal!, Coach Carter), ma se gli si affianca una storia, magari riguardante un personaggio famoso (Invictus), comiche genialità (Shaolin Soccer) o vite quotidiane di fondo (come il titolo che in questa sede recensisco), allora la pellicola non solo acquista impatto, ma anche linguaggio, trama, colpi di scena, possibili snodi. Ovviamente sempre e solo se confezionato a dovere.
È il caso di Moneyball, secondo lavoro di Bennett Miller dopo l'ottimo Capote (che per altro ha dato modo di conoscere il talento di Philip Seymour Hoffman presente anche in questo film), costruito sulla base di un evento sportivo datato 2001, quando la squadra di baseball degli Oakland Athletics si trova a dover perdere i suoi tre giocatori di punta.
Grazie all'intervento di Billy Beane/Brad Pitt (Tree of Life), ex giocatore fallito e ora general manager desideroso di vittoria, e a Peter Brand/Jonah Hill (Cyrus), neo laureato in economia, la squadra risorgerà battendo ogni pronostico e record.
Mettono a punto il sistema (omonimo del titolo) di un piccolo venditore di scatolame che dalla sua poltrona aveva costruito un metodo basato sulle statistiche per evidenziare i giocatori migliori.
Derisi e insultati per la loro idea stravagante, dovranno fare i conti con delusioni, pressioni e tutto quello che concerne il mondo rude e maschio del baseball per riuscire ad aver ragione della preistorica metodologia dei talent scout nella Major League.
Come detto però, se non c'è un'anima estranea allo sport, il film ristagna in preconcetti didascalici. Il significato sintomatico che viene evidenziato (con o senza merito di Miller) non parla di baseball, ma di passione, del classico e per antonomasia sogno americano.
Pitt dà alla luce un frustrato personaggio dai gesti irosi e nervosi che vuole a tutti i costi vincere, che crede nella possibilità dell'azzardo, prendendo giocatori/scarti che altre squadre reputano indecenti per le loro movenze sgraziate, per la loro faccia insicura o semplicemente per la loro età.
Hill lo accompagna immergendosi in breve tempo nella dissoluzione che intacca spesso il mondo sportivo, creato su fondamenta economiche e di partenza poco avvezze alla passione.
Il crocevia di intenti che li lega è evidente ed è appunto il sogno, il desiderio comune di arrivare in alto, di essere eroi, di lasciare un segno nel mondo.
Il baseball, le partite, come il sistema adottato, è pura statistica, relegata a forma, lasciando il contenuto alle inversioni di marcia di Beane (metafora dell'uomo sempre al bivio), al falsamente impacciato e sempre più sicuro di sé Brand, ai discorsi sul mercato sportivo (indimenticabile la scena in cui in dieci minuti il general manager decide il futuro di ben sette giocatori, solo per ripicca), ai rapporti tra il protagonista e la figlia, la quale gli dedica una canzone (“You're a Loser, Dad”) che lo spronerà nelle sue decisioni.
Nelle fattezze ricorda molto Ogni maledetta domenica, nel rapporto tra gioco e uomo, nelle gerarchie sportive, nel balordaggine pura e rozza degli individui che vi partecipano.
Però, grazie anche all'elegante fotografia, Moneyball, sale di livello portandosi su contorni psicologici ben più definiti del film di Oliver Stone, dove il protagonista è il lavoratore che sogna, è l'americano medio che crede nella sua passione (indipendentemente da che scuola abbia frequentato), è il significato cardine della sceneggiatura (Aaron Sorkin e Steven Zaillian), fatta di universi precostituiti, singoli individui che li vogliono destabilizzare e mondi reali che spesso (forse anche portati dalla tecnologia) non vengono presentati dalla settima arte che, è sì strumento di straniamento, ma anche l'unico mezzo capace di catturare la realtà nella sua aura più intima.
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